Percorso 3 Lezione 4

La famiglia

Quando il legame affettivo che lega due persone si stabilizza e diventa adulto, quando entrambi acquisiscono una sempre maggiore sicurezza dei sentimenti che li legano l’uno all’altra, l’ approdo naturale della coppia diventa la for- mazione di una nuova famiglia.

La famiglia si presenta così come il punto di origine e nello stesso tempo il punto di arrivo della nostra esperienza affettiva e relazionale. Ne è il punto di origine, poiché ognuno di noi viene al mondo all’interno di un nucleo familiare già costituito, che è quello formato dai nostri genitori; ne è il punto di arrivo perché, come detto, la formazione di una nuova famiglia risulta lo sbocco naturale quando in due persone nascono il de- siderio di vivere insieme e magari avere dei figli, il bisogno di condividere spazi fisici e mentali, l’esigenza di sostituire in modo permanente all’«Io» il «Noi».

Il matrimonio

La struttura e il ruolo della famiglia possono cambiare nelle diverse culture e nel tempo, ma in quasi tutte le società la famiglia si forma attraverso il matrimonio: l’unione ufficiale e relativamente stabile di due persone di sesso opposto. Questa unione di solito inizia con una cerimonia pubblica mediante la quale un uomo e una donna manifestano la loro comune volontà di unirsi per vivere insieme come marito e moglie, impegnandosi ad assistersi reciprocamente e a curare e allevare gli eventuali figli. In Italia esistono due tipi di matrimonio: il matrimonio civile, che viene cele- brato in Comune davanti al Sindaco o a una persona da lui delegata; il matrimonio canonico, che viene celebrato in chiesa da un sacerdote secondo il rito della religione cattolica.

Sin da bambini viviamo totalmente immersi nella nostra famiglia, e in quest’ambiente limitato e protetto apprendiamo la maggior parte dei valori morali e delle norme di comportamento di cui abbiamo bisogno per vivere insieme agli altri. I rapporti quotidiani con i genitori, i fratelli, le sorelle e gli altri componenti sono fondamentali per la nostra crescita, perché giorno dopo giorno le esperienze che viviamo con loro influenzano il nostro modo di essere e di pensare, le nostre opinioni e i nostri atteggiamenti, i nostri valori, aspirazioni e motivazioni.

Crescendo si moltiplicano le nostre occasioni di incontro con gli altri e ci inseriamo sempre di più in una rete di relazioni più grande che è la società: dalla scuola al gruppo di amici e coetanei nella preadolescenza e nell’adolescenza, dalle associazioni sportive, religiose, culturali all’am- biente di lavoro e così via. Ognuna di queste forme di comunità ha le sue regole da rispettare, e man mano che il cerchio delle nostre relazioni si amplia anche le norme di comportamento si modificano e diventano sem- pre più complesse.

L’uomo è influenzato dall’ambiente sociale in cui vive e cresce, e il primo ambiente con cui viene a contatto è proprio quello familiare. Se in una famiglia nessuno tende ad accettare le norme che regolano la convivenza, se tutti i membri agiscono in maniera disordinata e discontinua, senza seguire un regime costante, è chiaro che l’individuo di quel nucleo fami- liare avrà maggiori difficoltà ad accettare le regole ancora più complesse della società.

Le norme sociali sono, invece, il più delle volte tacite, cioè non scritte, pro- prio perché dipendono dalle situazioni specifiche di ogni singola società.

Le norme sociali sono dunque i modi di fare che si tramandano da una generazione all’altra, senza essere messi in discussione, perché ri- conosciuti validi da tutti.

Diversi tipi di famiglia

Come accade per tutte le cosiddette «formazioni sociali», anche per la fa- miglia ogni cultura elabora i propri modelli, e questi sono inevitabilmente destinati a cambiare nel corso del tempo.

Il tipo di famiglia più comune nella nostra società è la famiglia nucleare, costituita dai genitori e dai figli, i quali abitano insieme fino al momento del loro matrimonio o fino a quando i figli non si sentono pronti per an- dare a vivere da soli. Questo tipo di famiglia è detto monogamico, perché un individuo può avere solo un coniuge per volta.

Ma anche quando la famiglia ha una struttura nucleare simile alla nostra, non è scontato che le relazioni affettive siano naturali e automatiche. Ad esempio, nelle isole T robriand, arcipelago a nord est della Nuova Guinea, la famiglia è monogamica come in Europa, ma presenta una struttura delle dinamiche relazionali molto bizzarra: l’autorità sulla prole non è esercitata dai genitori ma dal fratello della madre, cioè lo zio materno. Il risultato è che il rapporto zio/nipoti è improntato ad autorità, gerarchia e rispetto; quello genitori/figli è, invece, improntato a confidenza, complicità e aperto affetto. In altre società esiste anche la famiglia poligamica, in cui una persona può essere sposata nello stesso momento con due o più altre; i matrimoni implicano in genere la convivenza e la cooperazione economica. Vi sono tre diversi tipi di famiglia poligamica: la famiglia poliginica, che è costituita da un uomo, da due o più donne e dalla loro prole; poi esiste la famiglia poliandrica che prevede, al contrario, il matrimonio di una donna con due o più uomini, ed è molto frequente in Tibet e in India, dove le donne spesso sposano nello stesso momento due o più fratelli e vanno a vivere con loro. La poliginia è molto più comune della poliandria, la troviamo in piccole società africane ed è un modo per cementare le alleanze tra gruppi diversi, infatti avere molte mogli significa essere imparentati, quindi uniti con molti altri gruppi.

Esistono ancora altri tipi di famiglia basati a loro volta su unioni diverse, come ad esempio la famiglia plurima, sviluppatasi soprattutto nei nostri tempi, perché nasce in seguito al matrimonio di uno o due individui divorziati, che hanno figli dall’unione precedente; oppure nasce dall’unione di un vedovo o di una vedova.

La famiglia estesa o allargata è, invece, costituita da un capofamiglia, dal rispettivo coniuge, dai figli non sposati e dai figli dello stesso capofamiglia con rispettivi coniuge e prole.

Il passaggio dalla famiglia patriarcale a quella nucleare

I modelli di famiglia cambiano non solo in relazione ai luoghi ma anche ai tempi. Ogni periodo storico, infatti, ha visto prevalere modelli familiari diversi, a seconda delle diverse concezioni della sessualità, dell’affettività e anche delle necessità della sopravvivenza. Uno dei più grandi cambia- menti avvenuti nella struttura della famiglia è stato il passaggio dalla fa- miglia patriarcale, o estesa, a quella nucleare, o ristretta.

La famiglia patriarcale

Questo tipo di famiglia fondava le proprie radici sulle esigenze di un sistema economico basato sull’agricoltura.

Il padre era il capo assoluto, cui tutti obbedi- vano. Egli prendeva tutte le decisioni di carattere economico, compresa, spesso, la scelta dei mariti per le figlie e le nipoti. Scelta che avveniva tra i giovani di famiglie ritenute più ricche ed econo- micamente stabili, o dotate di particolare presti- gio all’interno della comunità.

Il padre, con i fratelli minori, le rispettive mogli e i figli vivevano sotto lo stesso tetto, collabo- rando ciascuno secondo le proprie possibilità al mantenimento di tutti. I ruoli erano molto ben definiti fin dall’infanzia: i maschi lavoravano nei campi, partecipavano ai mercati, si occupa-

vano dei rapporti (spesso difficili) con i vicini; le donne si occupavano della casa e dell’educazione dei figli piccoli, che doveva comunque essere conforme al volere del capofamiglia: avevano pochissima autonomia e nessuna capacità di decisione, confinate nel duplice ruolo di mogli e madri.

La legge ha conservato traccia di questo squilibrio tra uomini e donne anche ben oltre la scomparsa della famiglia patriarcale, ovvero fino al 1975. Il diritto di famiglia, infatti, fino a quella data prevedeva, nei rapporti tra coniugi, la potestà maritale e la patria potestà: entrambe le espressioni sottolineano la posizione di forza dell’uomo rispetto alla donna. La riforma del 1975, invece, cancella la potestà maritale e sostituisce la patria potestà sui figli con la potestà di entrambi i genitori, che devono esercitarla di comune accordo.

La famiglia nucleare

Quando da un’economia agricola si è passati a un’economia basata essen- zialmente sull’industria, il trasferimento di migliaia di lavoratori dalle campagne verso le città ha progressivamente indebolito i vecchi legami sociali modificando anche la struttura della famiglia.

La famiglia patriarcale si è decomposta, ristrutturandosi in un piccolo nu- cleo, composto di padre, madre e figli. In questo tipo di famiglia è aumen- tata l’importanza della moglie e dei figli e l’economia si basa su attività extrafamiliari; dal momento che si lavora fuori casa, le relazioni sociali fra i diversi gruppi sono facilitate.

Il ruolo dei genitori ha subìto notevoli cambiamenti che dipendono non solo dalle trasformazioni avvenute nella società in campo economico, ma anche da una rivendicazione da parte delle donne a un’identità non più relegata soltanto all’universo domestico e alla vita familiare. Oltre alla riforma del diritto di famiglia, importanti passi avanti sono stati fatti in campo economico, con l’affermazione della parità nell’ambito lavorativo tra i due sessi e affettivo: lo scopo della vita di coppia è diventato oggi la felicità e la soddisfazione personale, la crescita e l’affermazione di se stessi. L’uguaglianza morale tra uomo e donna si fonda sul rispetto reciproco e sul riconoscimento della distinzione tra spazi di vita individuali e spazi di «vita in comune».

La famiglia che cambia

Le trasformazioni all’interno della famiglia non si sono certo esaurite con il raggiungimento della piena parità tra i coniugi.

Il basso tasso di natalità che si è verificato nel nostro Paese dalla metà degli anni Settanta, per esempio, ha cambiato il volto delle famiglie, che stanno diventando sempre più piccole. Vi è un forte investimento in un numero sempre più ridotto di figli, per i quali il confronto con l’altro, necessario per la crescita, avviene per lo più con riferimento al mondo degli adulti: il bambino è il centro intorno al quale si snoda la vita di genitori e nonni, espressione quasi unica della realizzazione personale e di coppia. La famiglia è oggi sempre meno stabile: i matrimoni hanno subìto una diminuzione significativa del loro tempo di durata. La coppia oggi non è più unita da convenzioni sociali e da vincoli economici, ma da legami affettivi che possono esaurirsi nel tempo. Quando la relazione non risulta più motivata dall’amore, allora si giunge allo scioglimento del matrimonio e alla separazione.

Dalle separazioni e dai divorzi si formano nuclei familiari monoparentali, composti cioè da un solo genitore e dai figli, oppure si formano famiglie plurime composte da genitori ambedue separati con i rispettivi figli avuti nelle unioni precedenti. Sono in aumento, inoltre, anche in Italia come nel resto dell’Europa le famiglie di fatto, formate da persone che vivono insieme ma non sono sposate, oppure le famiglie composte da una sola persona: i cosiddetti single. Queste nuove tipologie di famiglia nascono il più delle volte da persone che hanno già vissuto l’esperienza del matrimonio e ne sono usciti con una separazione o con un divorzio e non hanno più intenzione di ripetere l’esperienza; oppure di persone che tengono molto alla propria indipen- denza, ai propri spazi vitali e non intendono rinunciavi.

In questo panorama familiare così complesso l’educazione dei figli è sempre meno equilibrata: i genitori o trattano i figli come degli adulti pari a loro e li coinvolgono in tutti i loro problemi, compresi i conflitti di coppia; o li parcheggiano da parenti o amici tutti presi dai loro problemi affettivi o di lavoro; o li iperproteggono rendendoli deboli e incapaci di affrontare le difficoltà della vita adulta.

I ragazzi si trovano a vivere allora gli anni decisivi per la loro crescita in un clima di grande precarietà, talora privati del loro fondamentale diritto ad un’autentica e profonda relazione affettiva, con entrambi le figure genitoriali.

La Carta del malato

La Carta dei diritti e dei doveri del malato ricorda che il malato è una persona con ben precisi diritti il cui rispetto si rende più necessario proprio in occasione di eventi dolorosi. La Carta non è una legge dello Stato, di cui non possiede quindi la forza impositiva, ma è un documento di grande rilevanza etica e sociale che non può essere ignorato.

Essa prevede che il malato abbia diritto a:

  • ricevere un trattamento medico e chirurgico e una assistenza adeguata alla propria salute e al proprio benessere con personale sanitario prepa- rato che operi secondo scienza e coscienza;

  • scegliere la sede e gli operatori sanitari o conoscere le reali motivazioni che impediscono alla sede sanitaria da lui prescelta di soddisfare le sue richieste e di controllare la lista d’attesa nella quale è stato inserito;

  • ottenere l’informazione necessaria per avere consapevolezza del proprio stato e operare coscientemente le proprie scelte;

  • conoscere le motivazioni dei provvedimenti diagnostici e terapeutici e i loro eventuali rischi e alternative;

  • richiedere il rispetto della propria personalità e del proprio pudore;

  • rilevare inadempienze o inefficienze o disfunzioni dei servizi sanitari e rivolgersi ai responsabili;

  • riunirsi con altri malati all’interno dell’ospedale per discutere i problemi che li concernono, ha diritto di costituire organismi associativi e di farsi rappresentare attraverso delegati liberamente e democraticamente scelti.

Tutti questi diritti possono essere fatti valere davanti al Tribunale del malato, cui il cittadino può ricorrere quando ritiene che in occasione di una sua malattia e di un suo conseguente ricovero presso le strutture sanitarie pubbliche essi siano stati violati.

Il testamento biologico

In seguito a casi che hanno avuto un forte impatto sull’opinione pubblica, verificatisi all’estero prima (ad es. la vicenda di Ramón Sampedro), e in Italia poi (Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro), è emersa nella nostra società la necessità urgente di regolare legislativamente il cd. testamento biologico living will» nei paesi anglosassoni).

Con tale espressione si fa riferimento alla dichiarazione con cui una per- sona, pienamente capace di intendere e volere, dà disposizioni in merito alle eventuali terapie che desidera ricevere e a quelle che intende rifiutare, nel caso in cui si trovi successivamente in uno stato di incoscienza cere- brale irreversibile in cui non sia in grado di manifestare la sua volontà. Le norme cui fare riferimento sono di sicuro rilievo, ma non molte, vista la difficoltà di un paese di chiara ispirazione cattolica come l’Italia a rico- noscere giuridicamente un principio che, nell’opinione di molti, costitui- rebbe l’anticamera dell’eutanasia.

Punto di partenza sono gli articoli 13 e 32 Cost.: la salute non solo è un diritto fondamentale della persona, ma è anche, nella sua dimensione ne- gativa, il diritto a non essere sottoposto a trattamenti contrari alla propria volontà. Insomma, il rispetto della dignità coincide con il rispetto della inviolabilità della sfera fisica della persona.

D’altra parte, l’art. 5 della Convenzione sui Diritti dell’Uomo e la biome- dicina, del 4 aprile 1997, ratificata dall’Italia con L. 145/2001, prevede che un intervento nel campo della salute possa essere effettuato solo con un consenso libero e informato della persona che, in qualsiasi momento, può essere ritirato. Conseguentemente, l’art. 9 stabilisce che se al momento di un intervento un paziente non è in grado di esprimere la propria volontà, si valuterà quella precedentemente espressa.

Anche il Codice di Deontologia Medica nazionale del 2006 stabilisce che il medico deve attenersi alla volontà liberamente espressa dalla persona, per cui in presenza di documentato rifiuto, si devono sospendere gli atti diagnostici o curativi.

Da tale analisi emerge un diritto a rifiutare le cure, anche se da questa scelta possano derivare conseguenze per la stessa vita. In questo senso, va distinto il testamento biologico dall’eutanasia che è volta ad accelerare il percorso biologico della morte. Tuttavia, contro il testamento biologico, si sostiene che il rifiuto delle cure fa riferimento a una situazione futura, per cui nel momento in cui deve spiegare i suoi effetti, esso risulta non più attuale. Il testamento biologico, in altre parole, non assicurerebbe la corrispondenza tra la volontà espressa e la volontà che si esprimerebbe nella situazione concreta.