Percorso 1 - Lezione 3

Le cause delle migrazioni oggi

Dopo aver esaminato le ragioni storiche delle migrazioni, cerchiamo di comprendere i motivi che spingono oggi singoli, famiglie e gruppi a la- sciare i propri Paesi. Innanzitutto c’è da considerare l’esplosione demografica di molti Stati del Sud del mondo: negli ultimi quarant’anni la popolazione dei Paesi sviluppati ha avuto un incremento di 400 milioni di persone, quella dei Paesi in via di svi- luppo di 2,4 miliardi. Troppe le bocche da sfamare e troppo scarse le risorse. Una situazione aggravata anche dalle politiche delle mul- tinazionali occidentali, che, impiantate le proprie fabbriche nei Paesi in via di sviluppo, impongono lo sfruttamento di terreni e piantagioni per la coltivazione di prodotti desti- nati ai Paesi industrializzati (caffè, cacao, banane, arachidi) piuttosto che al consumo interno. E così, paradossalmente, alla crescita registrata negli ultimi trent’anni nelle esportazioni agricole da parte dei Paesi in via di sviluppo, ha fatto riscontro l’aumento delle importazioni di prodotti alimen- tari, dal momento che le colture d’esportazione tolgono spazio ai terreni per la produzione interna. I Paesi sviluppati trovano conveniente impiantare industrie nei Paesi del Terzo mondo perché qui le norme ambientali sono meno rigide, i salari più bassi, i diritti dei lavoratori quasi inesistenti e, di conseguenza, i margini di guadagno molto più elevati.

L’emigrazione europea e italiana

Nei Paesi poveri sono, inoltre, frequenti le guerre e le dittature: una situazione dalla quale chi può cerca naturalmente di fuggire.

Dove? Nei Paesi in cui si crede possibile trovare le migliori occasioni per condurre una vita dignitosa. Emigrano soprattutto le persone più giovani e meno ignoranti, che hanno il più delle volte un titolo di studio e la capacità di sognare un futuro migliore.

Chi emigra pensa di approdare in luoghi ricchi e culturalmente aperti, disposti ad accogliere prontamente chi è in cerca di un lavoro.

Molto spesso, invece, si ritrova a fare i conti con l’ostilità e la diffidenza, con lavori sottopagati, con la difficoltà di trovare un alloggio. L’Europa di oggi considera con preoccupazione il problema dell’immigrazione, ma in un passato non lontanissimo dalle sue terre partirono circa 40 milioni di persone (7 milioni solo gli italiani), che, tra il 1820 e il 1914, si recarono in America a cercare miglior fortuna. Più tardi, negli anni cinquanta e sessanta, furono i Paesi europei più industrializzati (Germania, Gran Bretagna, Francia, Svizzera e Belgio) ad accogliere i lavoratori della meno sviluppata Europa del Sud (tra cui l’Italia).

Anche l’Italia è stata, in passato, un Paese «esportatore» di manodopera. Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, ma anche dopo la seconda guerra mondiale, milioni di italiani si sono trasferiti all’estero (in Germania, Belgio, Svizzera, Stati Uniti, Argentina e molti altri Paesi), nel tentativo di sfuggire alla fame e alla disperazione. Alcuni sono infine tornati, altri, pur sopportando in principio forme di razzismo anche gravi nei loro confronti, si sono integrati nei Paesi in cui hanno trovato lavoro. Nella seconda metà del Novecento ci sono state, poi, le migra- zioni interne: molti abitanti delle regioni meridionali si sono spostati nelle città più industrializzate del Paese, in particolare Milano, Torino e Genova.
In pochi decenni l’Italia ha poi recuperato il ritardo produttivo rispetto ai Paesi europei tecnologicamente più avanzati e da Paese «esportatore» è diventato Paese «importatore» di lavoratori.

Esercizio

  • Perchè i Paeso sviluppati trovano conveniente espandersi nei Paesi del terzo mondo?
  • Chi sono le persone che emigrono più spesso?
  • Descrivi òe fiverse fasi "migratorie" della popolazione italiana

L’Italia e l’Altro: gli immigrati

A differenza di altri Paesi europei, come la Germania, la Francia o la Gran Bretagna, che conoscono da decenni il fenomeno dell’immigra- zione, l’Italia fino agli anni sessanta contava una presenza esigua di stranieri. Solo negli anni settanta si verifica un vero e proprio movi- mento immigratorio, con l’arrivo di lavoratori dal Nordafrica impiegati essenzialmente in agricoltura, di collaboratrici domestiche proprovenienti dalle Filippine e dall’isola di Capoverde, di rifugiati politici dal Cile e dall’Argentina. Ma è negli anni ottanta che il fenomeno cresce sensibilmente: gli immigrati provengono, oltre che dal Nordafrica, dall’America latina e dall’Asia. Poco più di dieci anni fa sono cominciati i grandi sbarchi dall’Albania. Oggi l’incidenza degli immigrati sulla popolazione è vicina alla media europea (5%), anche se in Paesi come Francia e Germania si registrano percentuali di gran lunga superiori.

L’Italia ha affrontato con ritardo i problemi connessi all’immigrazione e solo pochi anni fa ha adottato provvedimenti legislativi che, oltre a disciplinare le modalità di ingresso degli stranieri, hanno precisato anche i di- ritti sociali e civili dell’immigrato.

Innanzitutto, è bene ricordare che la nostra Costituzione, in armonia con i principi stabiliti dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, sancisce l’originarietà dei diritti inviolabili della persona e afferma che è compito dello Stato assicurarne un’efficace protezione.

La Costituzione si occupa specificamente degli stranieri che non abbiano la possibilità di godere nei loro Paesi di valori universali come la libertà, l’eguaglianza e la giustizia.

L'articolo 10, infatti, riconosce il diritto d'asilo, cioè il diritto dello straniero di soggiornare nel territorio italiano per sfuggire alle persecuzioni politiche del Paese di origine ed esercitare i diritti e le libertà sancite dalla Costituzione italiana e negate dallo Stato di appartenenza.

Un’altra forma di solidarietà di carattere umanitario a favore dei perseguitati politici è l’esclusione dell’estradizione per i reati politici, cioè quei reati commessi per opporsi a un regime non democratico. Uno straniero può essere estradato solo quando, anche se per motivi politici, si è macchiato del reato di genocidio(lo sterminio di un popolo).

C’è, dunque, differenza tra immigrati «politici» e immigrati «economici». Nella vita quotidiana ci capita più volte di incontrare i secondi (a scuola, al supermercato, alla fermata dell’autobus, nell’ambulatorio medico), fatti oggetto, purtroppo, anche di frequenti episodi di intolleranza e spesso ac- cusati di «rubare» il lavoro agli italiani, di contribuire fortemente alla scarsa sicurezza delle nostre città e all’aumento della criminalità.

Gli stranieri in Italia lavorano prevalentemente come domestici, nell’assistenza a persone non autosufficienti, nella ristorazione e nei servizi alberghieri, come facchini, nelle imprese di pulizie, come ambulanti (nelle strade o sulle spiagge), svolgono attività stagionali in campo agricolo (raccolta di frutta e ortaggi), nell’edilizia e nella pesca. Lavori che la maggior parte degli italiani, oggi, non è disposta a svolgere: senza gli immigrati molti settori economici sarebbero in serie difficoltà per la mancanza di manodopera locale.

È vero, purtroppo, che alcuni immigrati esercitano attività illegali, come prostituzione, furti e spaccio di stupefacenti. Tuttavia non è giusto definire «delinquenti» tutti gli extracomunitari solo perché alcuni finiscono sulle pagine di cronaca dei giornali, dal momento che la grande maggioranza di essi cerca di vivere in maniera onesta.

È difficile stabilire quanti sono gli immigrati presenti sul territorio nazionale, poiché non tutti sono registrati negli uffici anagrafici. Un immigrato, infatti, può essere legale, cioè entrato regolarmente in Italia e regolarmente soggior- nante; illegale, quando, pur essendo entrato legalmente, ad esempio come turista o studente, successivamente non ha rispettato la normativa del nostro Paese; clandestino, quando è entrato in maniera illegale ed è, quindi, costretto a nascondersi perché privo di documenti ufficiali.

Essere clandestini significa non esistere per il Paese di ac- coglienza, non avere diritti da reclamare, essere reclutati per i lavori più sporchi e pericolosi, prendere compensi da fame. Negli ultimi anni gli Stati ricchi hanno reso più restrittive le regole per l’ingresso nei propri territori, ottenendo come effetto contrario proprio un aumento degli immigrati clandestini.

L’Italia, come già molti Paesi europei, ha introdotto nel 2002 l’obbligo della rilevazione delle impronte digitali, che dovranno essere rilevate sia al cittadino extracomunitario che varca per la prima volta i confini, sia a coloro che chiedono il rinnovo del permesso di soggiorno. Dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti, si è diffusa in Occidente la paura di «importare» terroristi e si sono così inaspriti i controlli alle frontiere. Molti Paesi hanno messo a punto sistemi più efficaci di raccolta dati e informazioni sugli stranieri, per consentire un veloce accertamento della loro identità. In Gran Bretagna, ad esempio, dal febbraio del 2002, i rifugiati hanno una carta di identità elettronica che contiene i dati personali, compreso un microchip con le impronte digitali.

Paese

Popolazione

Saldo migratorio*

Francia

62,3 milioni

1,4 immigrati per 1.000 abitanti

Germania

82,5 milioni

2,1 mmigrati per 1.000 abitanti

Gran Bretagna

58,8

2,6 immigrati per 1.000 abitanti

Italia

58,4 milioni

2 immigrati per 1.000 abitanti

* Differenza tra numero di immigrati ed emigrati in un anno su 1.000 abitanti

La paura dello straniero: il razzismo

Per razzismo s’intende l’insieme delle idee e dei comportamenti che affemano la superiorità «naturale» di una razza sulle altre. Le teorie alla base del razzismo, drammaticamente in auge fino alla prima metà del Nove- cento, sono state completamente screditate dagli scienziati contemporanei, i quali hanno dimostrato che il patrimonio genetico di tutti gli esseri umani è fondamentalmente identico, a prescindere dal loro aspetto fisico. Significato simile, anche se non identico, a quello di razzismo ha il termine xenofobia, che indica un sentimento di avversione nei confronti degli stra- nieri e di tutto quanto proviene dall’estero.

Le radici del razzismo sono antichissime. In forme diverse e con vittime diverse esso si è manifestato presso molti popoli e molte culture, anche quelle apparentemente più tolleranti.

E tuttavia, alcune popolazioni, etnie, gruppi religiosi, sono stati con maggiore frequenza oggetto di razzismo nel corso della Storia. Si pensi ad esempio all’antisemitismo, ovvero all’avversione contro gli ebrei: dalla schiavitù in Egitto raccontata nella Bibbia all’Olocausto nazista del XX secolo, esso si intreccia dolorosamente con la storia di questo popolo fin dalla sua nascita. O ancora, al razzismo che per secoli ha colpito le persone di colore, i «negri», come sono stati spregiativamente chiamati molto a lungo. Razzismo che ha «ispirato» l’organizzazione di regimi politici, come Ku Klux Klan americano.

Tali forme di razzismo sono dure da sconfiggere. Da questo punto di vista, però, l’insediamento il 19 gennaio 2009 del primo presidente di colore alla Casa Bianca, Barack Obama, rappresenta un evento di portata storica che lascia ben sperare per il futuro.

Il razzismo oggi

Ma che volto ha il razzismo di oggi?

Il fenomeno è in aumento in tutti i Paesi europei e sempre più frequentemente i mass media ci raccontano gravi episodi di intolleranza nei confronti di immigrati o di appartenenti a minoranze etniche o religiose. L’idea che ci sia una gerarchia tra gli esseri umani è purtroppo ancora radicata, soprattutto in alcuni gruppi estremi, come i naziskin, giovani che si dichiarano ancora legati alla politica e all’ideologia nazista.

L’aspetto più preoccupante del razzismo contemporaneo ha, però, risvolti economici: gli immigrati sono spesso considerati «persone usa e getta», da utilizzare al momento del bisogno e poi rispedire in patria quando non servono più. Sono in pochi a considerarli soggetti con uguali diritti e dignità dei cittadini del Paese che li ospita e, in genere, la povertà dei loro luoghi di origine coincide, nella mentalità di molti europei, con l’assenza di una storia personale, familiare, culturale.

Alcuni partiti politici europei hanno fatto della lotta all’immigrazione il tratto caratterizzante dei propri programmi, esasperando i sentimenti xenofobi di simpatizzanti e sostenitori. Accusano gli extracomunitari di sottrarre lavoro ai cittadini dello Stato ospitante e di ingrossare le file della malavita, concentrando l’attenzione sugli episodi di delinquenza commessi da una minoranza di immigrati e sottacendo l’enorme contributo che la maggior parte di loro apporta all’economia dei Paesi sviluppati. Molti dei nostri comportamenti quotidiani, spesso, sono velati di razzismo: quante volte assistiamo a scene di insofferenza se un immigrato è accanto a un italiano in un autobus affollato; quante volte li si guarda increduli se usano un telefonino, come se nelle loro mani un mezzo di comunicazione così semplice perdesse la funzione di mettere in contatto delle persone. Ma il razzismo non risparmia nessuno.

Appena qualche decennio fa, in molte parti del mondo gli emigranti italiani erano considerati tutti «mafiosi ». In Europa e in America si diceva «gli italiani puzzano », forse perché è difficile emanare un buon odore se si possiede un solo vestito. Negli anni in cui si emigrava dal sud al nord della nostra penisola per lavorare nelle fabbriche, non era insolito imbattersi in cartelli con su scritto «Non si affitta ai meridionali». Basterebbe esercitare la memoria per evitare agli ospiti stranieri le medesime mortificazioni inflitte, in un passato non tanto lontano, ai nostri nonni e bisnonni.